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Wrecked

Guardare Wrecked è una prova di coraggio.

Sì, perché ci vuole fegato a immedesimarsi (è inevitabile immedesimarsi nel protagonista, no?) in questo povero abbandonato da Dio dopo un incidente di cui non ricorda nulla e che l’ha piombato nel fitto di un bosco sterminato.

Quindi un mattino ti svegli così, gli gonfi e iniettati di sangue, una gamba spezzata e incastrata nelle lamiere di un’auto che non guidavi tu e… E niente, non ti ricordi nulla. Chi sei, chi non potresti essere mai. Come sei finito laggiù e chi diavolo sia il cadavere gonfio e livido che giace sul sedile posteriore della tua trappola di ferro. Fai uno sforzo, cerchi di liberarti.

Sei prigioniero.

Ravani nelle tasche del tuo più sfortunato (o più fortunato, ancora non si sa) compagno di sventura. Riesci ad acchiappare uno dei suoi documenti ma niente: la nebbia agli irti colli. Intanto cresce la sete, la fame, il dolore alla gamba impigliata nel cruscotto accartocciato su se stesso e poco conta se, nel frattempo, ti sei accorto che la radio continua a funzionare, e che il notiziario parla forse di te, di sicuro dell’auto che ostinatamente ti protegge almeno dalla pioggia.

La pioggia, un po’ d’acqua, finalmente, raccolta nell’incavo di un pezzo di plastica. Qualche animale ulula, laggiù. Tu hai recuperato una pistola da non sai dove, non diresti possa essere tua, ma a quanto pare, sai usarla per ricacciare una di quelle bestiacce, mentre mostra l’acquolina tra i canini senz’altro affilati. Sono anch’io un cattivo, allora? E quanto pulsa questa maledetta gamba che spurga sangue senza peraltro farmi svenire, solo piombandomi in sonni improvvisi dove l’incubo si vive al risveglio?

E non mi sento forse già abbastanza intrappolata, io, nella nuova vita che il Covid19 mi ha imposto? Non dovrei cercare di lasciarmi attraversare da altre emozioni? E io cosa farei in una situazione del genere? Proverei a salvarmi?

Ovvio. Ma fino a quando e quanto ci metterebbe la disperazione a prendere il sopravvento su di me? Chi sono, devo saperlo per capire se qualcuno potrà venire mai a cercarmi, se sono meritevole d’essere recuperato. Da dove peschiamo tenacia quando siamo nei guai fino al collo? La raccattiamo con la logica? La inseguiamo nei ricordi degli esempi cui abbiamo assistito? Macché, viene fuori dalla rabbia l’energia per non arrendersi, la sputiamo fuori insieme a un fragoroso vaffanculo, vita il nostro quartino di adrenalina necessario a prendere a spallate la portiera che ci tiene imprigionati come in una bara ben arieggiata, tra i vetri rotti. Liberi, finalmente.

Liberi di strisciare un metro più là, la gamba ancora attaccata a noi, non più zuppa di rosso ma ora soltanto bianca ed esangue. Liberi di vagare nel nulla di un bosco sconfinato, tutto uguale a sé stesso. Potevo farmela venire almeno un paio di giorni prima questa cattiveria, pensi, accarezzando una pistola che potrebbe risolvere in quattro e quattr’otto tutti i problemi. E lasciami almeno tirare fiato, mi sono appena liberata! È un primo passo, no? Oddio, cos’è? Un animale? Che razza di bestia… Ringhia? Ringhia di fame? Potrei farlo anch’io se non fosse per…

Mio Dio, grazie: si è accontentato del cadavere riverso sul sedile posteriore. Avrei potuto sparare, nel caso, ma il cuore in gola che ho avuto! I proiettili li ho ancora. Non li ho usati neanche per trivellare il farabutto che pure è arrivato fin qui e che mi ha guardato e che continuava a guardarmi mentre senza rivolgermi neanche una parola svuotava il bagagliaio, zeppo di quattrini. C’è stata una rapina, allora? Ho rapinato qualcuno? E lei chi è, adesso? È venuta a salvarmi? Dio, che bello, sì. Mi dà acqua, cibo. E certo tra poco mi porterà via di qui. Non lo fa subito, prima sta aspettando che io beva qualcosa e poi lo farà. Poi lo farà.

Possono molto le voci e le proiezioni della mente, no?

Strisci. Puoi strisciare e allora ti metti a farlo. Felci, foglie secche. Rami, muschio, terra, rovi. Trova un pezzo di stoffa per fasciarti le mani. Uno zaino dal quale sbuca un cellulare con un lumicino di carica. Nel bosco nessuna connessione. Mettilo via, magari più in là. Un tubetto di aspirine, le manderò giù a secco, ora meglio scappare, quella è una testa, una faccia sbranata. Scappa, non puoi: striscia!

Rovi, tronchi, pozze d’acqua. Più acqua, un fiume, la vita che ti ridà l’acqua, gli occhi almeno sciacquati in quella frescura. Se non ci fosse il mio cane a guidarmi, ora, il cane che avevo da bambino. La testa, sto perdendo la testa, accoccolati qui, cane mio. Dimmi chi è lei, perché ce l’ha con me. Le ho fatto del male? Sembra arrabbiata. C’entra con la rapina, le ho puntato contro una pistola? O le ho fatto del male in altri e ben peggiori modi prima, prima della rapida, nel bene che non ho saputo ricambiare?

Il film ruzzola davanti ai suoi spettatori, i significati non si disbrogliano, l’ansia cresce. Non reggo più questa solitudine, questo bosco in notturna, questa angoscia nel pensiero di cosa significhi morire da soli. Quante persone stanno morendo nella solitudine, in questi giorni? A cosa ti abbarbichi nella consapevolezza di essere solo in un momento che capisci essere l’ultimo? Torni a una sensazione, primitiva? Torni alla mamma? Ti raggomitoli nel ricordo del suo odore?

Adrien Brody striscia senza arrendersi per chilometri, casca in un fiume, si lascia trasportare dai flutti – saranno gelidi – ma ancora la morte lo sputa lontano, ad asciugarsi su una spiaggia, ad assaporare ancora una volta lo splendore di riscoprirsi vivo, nonostante tutto, che non sappiamo quando suonerà per davvero la nostra campana. Striscia, la gamba ancora attaccata, striscia, il sole acceca, per giorni, la pioggia, ancora, nella notte, il giubbotto, rubato a un cadavere, zuppo. Vedo un ciglio, forse un varco nella vegetazione, forse una strada, ci sono. Non ho più forze, non posso mollare proprio adesso, mi lascio rotolare, la gravità, la gravità mi aiuterà. Eccomi, arrivo. Un’auto accartocciata su se stessa. In mezzo al bosco. Nel nulla ancora quell’auto maledizione non è possibile non è possibile tutto è stato vano allora morirò non sono morto subito morirò adesso però che diavolo di senso ha. Sono ritornato al punto di partenza.

La vita a volte te lo combina questo scherzo, no? Di nuovo lo stesso sbaglio, di nuovo la stessa situazione e il rimprovero contro noi stessi, unici artefici di tanta involuzione, di tanti giri per riannodarci nuovamente su noi stessi. Inutilmente, nello spreco più sciocco del tempo. Non abbiamo più tempo, però: per quanti giorni possiamo vivere nell’inedia? Senza cibo, senza voci. Senza speranza. Cosa faccio? Ci riprovo comunque, a oltranza? Ci riprovo fino a quando ci saranno molecole di vitalità minima nel mio corpo? Quanti colpi sono avanzati nella pistola, quanto è lucida ancora la mente? Chi mi sta trascinando di nuovo via di qui? Il mio cane, il cane che avevo da bambino, il mio unico amico sincero.

Dove sta la nostra forza, la nostra bellezza, se non nella convinzione dello sguardo, nella nostra presenza ben piantata in noi stessi?

E anche quando ci riesce di sopravvivere, verso che cosa si torna, davvero?